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Alagna
"Da circa un secolo e mezzo si osserva con sentimento di rammarico che il nostro dialetto di Alagna vada continuamente perdendo terreno per venir soppiantato dal dialetto valsesiano: e purtroppo è facile prevedere che in un'epoca non molto lontana succederà quello che è avvenuto in parecchie altre colonie tedesche delle valli italiane attorno al monte Rosa".
Il profetico grido di dolore del dottor Giovanni Giordani risale alla fine Ottocento ed è all'origine del suo libro sulla "colonia tedesca di Alagna", frutto "quasi esclusivo della memoria", pubblicato postumo.
Giordani era stato con l'abate Giovanni Gnifetti alla conquista della "Punta del Segnale", la più bella impresa dell'alpinismo sul Rosa al tempo dei precursori, che erano mossi non solo dall'anelito delle cime vergini ma anche dall'amor di paese. Ed è proprio il parroco-alpinista a spiegare il declino linguistico: "Si parla un antico corrotto tedesco, che gli abitanti sono gelosi di conservare, perché la lingua dei loro antenati, sebbene resti loro di poco o niun vantaggio, dovendo gli stessi apprendere necessariamente l'idioma italiano, del quale non ponno far senza né in altri paesi di Valsesia né entro Alagna".
E' stato il trend comune a tutti. Ma qualcuno, come Alagna, ha anche attivato da tempo un proficua inversione di tendenza.
I Walser sono arrivati alla fine del Duecento da Macugnaga, esattamente da Borca, porta della Val Quarazza. In un documento del 22 luglio 1302, è citato "Enrigeto alemanno", di "Apud Mot", Pedemonte. La testimonianza più antica e sembra confermare che il primo insediamento sia stato questo, al vertice settentrionale di Alagna. Altre carte parlano di "Enrigone", suo parente stretto.
I ceppi familiari di Enrichetto ed Enricone si sono allargati a occupare il territori adiacente dando vita a quella splendida corona di frazioni che conservano gelosamente le preziose reliquie architettoniche ricordate dal Gnifetti. E dalle loro famiglie potrebbe essere derivata la schiera dei fratelli Melchiorre, Antonio e Giovanni D'Enrico, famosi pittori cinquecenteschi. Il più noto dei quali è passato alla storia dell'arte come Tanzio da Varallo. Ma l'origine è Walser, popolo che non fu solo di pastori.
Diversa invece la nascita della colonia di Otro, forse derivata dalla folta appendice gressonara della Val Vogna che scese poi fino a "Pietre Gemelle", attestandosi su ambedue le rive del Sesia. Il vecchio nome di Riva Valdobbia è finito nel cassetto, come la fiera che si teneva il 29 settembre, un appuntamento per tutte le valli del Rosa importante come quello di metà agosto a Macugnaga. A Pedemonte la feconda stagione dell'antica cultura rivive nel museo Walser ordinato in una pregevole casa di quella che è stata la culla dei "ticci" alagnesi. Quasi la continuazione di una civiltà secolare.
La Val d'Otro invece è tutta un museo all'aperto, in una cornice scenografica incantevole di pascoli e di grappoli di case. Vi si arriva soltanto a piedi, risalendo una mulattiera nel bosco. Nessun rumore, né distrazioni. Nel silenzio palpitano la storia e la memoria dei Walser.

Il Rosario Fiorito

La tradizione del Rosario Fiorito risale al 1683. Dopo essere finita in un lungo sonno, è stata recuperata a tre secoli di distanza mantenendo il significato originario di giornata del ringraziamento (Der Dangktog) per la stagione estiva trascorsa sui pascoli.
Dalle pendici del Rosa, a 1850 metri sul sentiero che conduce al rifugio Barba-Ferrero, lo stendardo della confraternita del Santo Rosario apre la discesa affiancato dalla donne in costume che hanno in mano le antiche lanterne. Gli uomini portano il bastone simbolo dell'appartenenza alla confraternita e i chierichetti ruotano costantemente il turibolo per mantenere la fragranza dell'incenso.
Il rituale impone sette fermate dedicate di preghiera e la recita dei misteri e delle avemarie cui presiede il sacerdote. Dopo il rifugio Pastore è di rigore una sosta presso le cascate del Sesia che ribolle nelle caldaie naturali. Poi sul tratto pianeggiante la fila dei processionanti si spegne nell'oratorio di Sant'Antonio presso le miniere di Kreas con la Messa e il te Deum. L'ultima orazione di ringraziamento non è in latino, ma in lingua Walser.
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